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Claudio Bollentini

Claudio Bollentini

E’ una storia ormai nota e che negli ultimi anni si ripete piuttosto di frequente. Antefatto: la Pmi di proprietà familiare e dalla gloriosa storia industriale che si trova impreparata di fronte al sorgere di situazioni eccezionali come un problema di successione aziendale, una crisi di crescita, un eccessivo indebitamento, l’impossibilità di presidiare il mercato per scarsi investimenti in tecnologia e nuovi prodotti. Se poi aggiungiamo gli effetti della drammatica crisi finanziaria e industriale che ha duramente colpito soprattutto le tante piccole e medie aziende nostrane, ecco che lo scenario acquista dimensioni numericamente importanti. Molti non ce la fanno proprio e chiudono, altri, nonostante magari numeri pessimi, riescono in qualche modo a cedere grazie all’appeal della tecnologia, del made in Italy, dell’esperienza acquisita o semplicemente perchè presidiano strategicamente e da piccoli leader un segmento della filiera produttiva o un distretto industriale. Gli acquirenti industriali in Italia non mancano di certo, il settore finanziario è sempre di più attento al mondo delle Pmi, ma spesso e volentieri sono i gruppi esteri a farsi avanti, hanno dimensioni ragguardevoli, si fanno sotto con proposte più allettanti, conducono trattative più veloci e hanno tanta liquidità in mano. Compratori che giungono quasi sempre dai paesi emergenti, quelli di recente industrializzazione, dalle nuove potenze economiche e finanziarie del pianeta. In alcuni casi sono operazioni di successo, in altri, forse troppi, sono flop clamorosi, casi che fanno riflettere soprattutto per le conseguenze che in seguito saranno costretti a patire i lavoratori, la filiera, il territorio tutto. Il rilancio di solito pomposamente esposto nei piani industriali, quando ci sono, dura lo spazio di una stagione, poi seguono ridimensionamenti, ristrutturazioni pesanti, trasferimenti, con l’inevitabile chiusura delle attività nel breve periodo o la cessione simbolica a qualche compratore ancora in grado di identificare e valutare nelle rovine qualche asset interessante. In questi casi, come detto, è sempre il territorio che ci perde, l’acquirente estero invece ha di solito fatto bene i suoi calcoli. Know how transfer e/o scotto da pagare per entrare in un mercato importante sono l’altra faccia della medaglia di una acquisizione magari derubricata dai più come non conveniente, ma non sufficiente a far balenare qualche sospetto. Basti ricordare il caso della indiana Gammon e della Franco Tosi di Legnano, azienda leader mondiale nella produzione di turbine, sappiamo tutti come è andata a finire e meno male che si è fatto avanti un coraggioso imprenditore brianzolo che ha risollevato la baracca altrimenti staremmo qui a parlare solo di storia e di macerie. E come non ricordare il caso della Induplas di Varese, storica azienda leader nella produzione di tubi di gomma, acquistata da un gruppo greco e poi finita nel vortice della crisi che ha colpito quel paese e definitivamente scomparsa dalla scena industriale del varesotto di lì a poco. Ma i casi sono appunto tanti, troppi, in Lombardia, tanto da far suonare qualche campanello d’allarme tra chi ha a cuore il nostro tessuto industriale e manifatturiero o tra chi si occupa di politica industriale. La cronaca registra ora il caso della Mam Collettori di Morazzone. Una azienda fondata nel 1947 dall’artigiano Adolfo Magnani nel classico sottoscala e poi via via cresciuta fino a diventare leader nella produzione dei collettori per motori elettrici destinati al mercato dell’automotive e dell’elettrodomestico. Attualmente vi lavorano 150 persone. Recentemente l'azienda è stata ceduta dalla storica proprietà familiare ad un gruppo cinese. La Mam non navigava in buone acque e i nuovi proprietari sono stati evidentemente identificati come il classico cavaliere bianco. L’azienda ora ha annunciato 90 licenziamenti, i sindacati hanno immediatamente risposto con un presidio dei lavoratori davanti allo stabilimento di Morazzone oltre ad incontrare i vertici dell’azienda, dalla quale per il momento non trapela disponibilità a concludere un accordo diverso sul futuro dei lavoratori. A breve dovrebbe arrivare la proprietà cinese per discutere con i sindacati del piano industriale. Felici di essere smentiti, ma è un leit motiv che abbiamo già visto e rivisto, un tira e molla che segue un canovaccio collaudato e che di solito, tra ipocrisia e disponibilità di maniera, non porta mai niente di buono per il territorio, per i lavoratori, per il futuro della azienda. E che appunto, troppe volte, vede nella parte del ristrutturatore, chiamiamolo eufemisticamente così, una proprietà straniera che si rivela di solito poco interessata alle ragioni del territorio in cui si trova l’azienda acquistata. Un imprenditore è libero di cedere a chi vuole, però alcune domande sorgono spontanee. Si blatera tanto e giustamente di rilancio della manifattura, di sostegno alle Pmi che sono ancora ritenute la spina dorsale della nostra economia, ma quasi sempre gli imprenditori sono lasciati troppo soli nel momento in cui sono costretti a cessioni affrettate da eventi eccezionali come esposto più sopra. Dalla Regione, che è già molto attiva nel settore delle attività produttive, alle associazioni imprenditoriali, che hanno il polso della situazione, dovrebbero arrivare proposte ed iniziative che aiutino l’imprenditore a trovare partnership o acquirenti e che nel contempo preservino e rilancino l’industria locale perché non finisca depauperata da acquirenti poco attenti alle ragioni del territorio stesso. Dovremmo copiare la Francia. Provate ad andare ad acquistare una azienda in Francia, una qualsiasi azienda, anche piccola e non strategica. Vi fanno i raggi X, vi pongono una infinità di questioni e ostacoli strumentali. Solo per preservare la France, che in questo caso ha le sembianze di una azienda. Tornando a noi, le audizioni in commissione attività produttive in Regione, i tavoli per affrontare le crisi e quant’altro di solito predisposto in questi casi è sicuramente utile, ma fa molto chiusura della stalla quando i buoi sono già fuggiti. Anche le dichiarazioni di solidarietà di questo o di quel leader fanno bene, ma sembrano lacrime di coccodrillo. Bisogna fare bene e presto, ma prima che accadano questi casi. Ne va del futuro delle nostre Pmi industriali.

 

E’ un Silvio Berlusconi deciso, concreto e a tutto campo quello che emerge dalla lunga intervista realizzata da Alessandro Giuli e Fabrizio Ratiglia e pubblicata su il settimanale Tempi in edicola da giovedì 22 giugno. Direi quasi democristiano nel modo di porsi nei confronti di alleati e avversari. Un lungo colloquio che parte dalle elezioni amministrative e che arriva fino a disegnare la strategia per il centrodestra in avvicinamento alle prossime elezioni politiche. Il leader di Forza Italia è sul pezzo, come si suol dire, ma sembra anche molto a suo agio nel ruolo di ispiratore, mentore e burattinaio della alleanza in fieri. Tanti mesi, anni, ad aspettare pazientemente sulla riva del classico fiume, qualche acciacco di troppo sofferto nel frattempo, ma fortunatemente superato, e soprattutto la consapevolezza mai venuta meno che prima o poi il contrappasso della politica sarebbe tornato a lui favorevole dopo i fallimenti in successione dei governi non eletti dal popolo a guida centrosinistra e le contraddizioni sempre più dirompenti all'interno del M5S.

Si parte appunto dai ballottaggi di domenica prossima. Per Berlusconi il centrodestra unito è vincente e l’unità della coalizione è l’indispensabile premessa per siglare un patto di Buongoverno.

Il leader di Forza Italia elenca di conseguenza i suoi punti fermi.

«Nessuna divisione all’interno del centrodestra. Certo, ci sono differenze ed è giusto che ci siano, dato che rappresentiamo tradizioni, storie e culture politiche diverse. Noi siamo liberali con una profonda radice cristiana, ci identifichiamo con convinzione nel Partito Popolare Europeo, di cui siamo espressione in Italia, rappresentiamo il centro alternativo alla sinistra, quello che vince in tutta Europa. Con queste caratteristiche Forza Italia svolge un ruolo trainante, confermato dai risultati elettorali. I nostri alleati svolgono una funzione diversa, complementare a questa, di grande dignità, perfettamente compatibile».

«Non c’è nessuna incomunicabilità da superare. C’è la normale dialettica fra forze politiche alleate ma distinte. Non siamo un partito unico e non lo diventeremo. Il patto va benissimo, ma vorrei che riguardasse le cose che vogliamo fare insieme: per noi sono essenziali meno tasse sulle persone, sul lavoro e sulle imprese, la flat-tax più bassa possibile e uguale per tutti, con una esenzione fino a 12.000 euro, un “reddito di dignità” che affronti da subito il vero scandalo italiano, 15 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta o relativa. E poi meno burocrazia, più sicurezza, blocco dell’immigrazione clandestina, un diverso rapporto con l’Europa, ricupero della sovranità monetaria attraverso la doppia moneta».

Per quanto riguarda la composizione del Centrodestra, Berlusconi parla di Giorgia Meloni che deve essere grande protagonista nella alleanza e ammette che il 95% del programma comune è già pronto.

«Giorgia è stata, giovanissima, un ottimo ministro del mio governo. Ne ho sempre apprezzato la determinazione, la competenza, il coraggio intellettuale, la capacità di analisi».

«Giorgia Meloni rappresenta una storia e una cultura politica, quella della destra italiana, che merita rispetto e che deve essere protagonista. Rimettere in gioco questa storia e questa tradizione, per decenni ai margini della vita democratica, è stata una delle svolte determinate dalla mia discesa in campo nel 1994. Sono certo che continuerò con Giorgia a seguire questa strada. Credo che molti aspetti di un programma comune siano già stati messi a punto, altri richiedono degli approfondimenti, ma direi che al 95% ci siamo. Ma il fatto di incontrarci è talmente scontato che non occorre neppure specificarlo».

Berlusconi non dimentica Matteo Salvini che ritiene essere molto efficiente e che sia possibile con lui fare gioco di squadra e che di conseguenza le differenze siano superabili.

«Matteo Salvini è molto efficiente, ha dato nuovo slancio alla Lega Nord, ha saputo rappresentare un’area di opinione importante che legittimamente vuole essere ascoltata».

«È troppo intelligente per non sapere che l’unica possibilità di trasformare la Lega in forza di governo è realizzare un gioco di squadra all’interno di un centrodestra plurale. Sono convinto che lo farà, come è avvenuto alle amministrative, come avviene nelle grandi regioni del nord che governiamo insieme con ottimi risultati. Credo che le differenze, al di là del linguaggio e degli atteggiamenti, siano superabilissime. È falso che ci siano problemi di leadership, è un problema che si pone solo chi non vuole un centrodestra vincente».

Berlusconi ne ha anche per Angelino Alfano, personaggio in cerca d’autore e soprattutto di alleanza per le prossime elezioni. Secondo il leader di Forza Italia, l’alleanza con Alfano è un falso problema.

Le nostre porte sono aperte a tutti, tranne a chi cerca alleanze di comodo, è la summa di Arcore. «L’ipotesi di tornare a discutere di un’alleanza con Alfano basata sui comuni valori del popolarismo europeo è un falso problema».

«Le nostre porte sono aperte a chi crede in un centrodestra come quello che ho descritto, non sono aperte a chi cerca una alleanza di comodo in vista delle elezioni».

La prima importante scadenza politica post ballottaggio riguarderà la ripresa del bandolo della matassa della legge elettorale e per Berlusconi occorre ripartire dal sistema tedesco e di conseguenza il Pd dimostri responsabilità al riguardo.

«Subito dopo i ballottaggi si torni a discutere di legge elettorale e poco importa chi comincia».

«Noi la nostra parte l’abbiamo fatta e siamo pronti a continuare a farla mi auguro che i maggiori partiti, e prima di tutto il Pd con il quale avevamo cominciato il ragionamento sul sistema tedesco, dimostrino responsabilità. In Commissione eravamo giunti ad un accordo condiviso. Dopo i ballottaggi sarebbe logico ripartire da lì».

Per quanto invece concerne la voce su una possibile alleanza M5S – Lega, Berlusconi la esclude, sarebbe un matrimonio suicida per entrambi.

«Una possibile futura alleanza M5S – Salvini la escludo, non mi sembrano aspiranti suicidi».

«Un matrimonio così contro natura segnerebbe la fine politica di entrambi i contraenti. Né immagino che Salvini sia disposto ad ascoltare alcune folli idee grilline, come la patrimoniale o l’imposta di successione al 50%».

Ma torniamo ai ballottaggi. Dopo un brillante primo turno e i sondaggi favorevoli, Berlusconi afferma che l’alleanza vince nel segno del buongoverno del centrodestra. Mentre viceversa il M5S ha dimostrato di non saper governare le città ed è stato di conseguenza penalizzato dagli elettori.

«Il centrodestra non è tornato, è sempre stato la maggioranza naturale degli italiani».

«Senza dubbio il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato di non saper governare le città, ma anche il Pd non può certo essere fiero dei risultati dei suoi sindaci. Noi vinciamo per la qualità delle nostre idee e delle persone che le rappresentano, donne e uomini che non sono professionisti della politica, ma che nella società civile, nel lavoro, nelle professioni, nell’impresa, nell’impegno sociale, nella cultura, hanno dimostrato quello che sanno fare ed hanno voglia di mettere le loro capacità al servizio della collettività».

Sul tema spinoso della immigrazione Berlusconi ne ha solo per il M5S. I grillini non hanno cambiato linea, ma semplicemente stanno improvvisando su tutto in base alle convenienze.

«Il M5S sull’immigrazione in realtà non fa fatica a cambiare linea, visto che non ha una cultura politica e dei valori di riferimento stabili e chiari».

«Il M5S procede per improvvisazioni, legate alla tattica e alle convenienze del momento. Immagino si siano resi conto che soprattutto la parte più debole del paese non è più in grado di sopportare le conseguenze drammatiche dell’immigrazione incontrollata. Noi questo lo diciamo da anni con ben altra credibilità».

Infine l’argomento di attualità, lo Ius soli. Secondo Berlusconi la legge in parlamento non dà garanzie, è intollerabile. «In linea di principio il fatto che un ragazzo nato e cresciuto in Italia, che parla la nostra lingua, che ha frequentato le nostre scuole, che condivide stili di vita e abitudini con i suoi coetanei italiani, possa sentirsi italiano mi pare giusto e naturale. Ma non si può scherzare su una materia così delicata, né inseguire un buonismo di maniera».

«Chi vuole essere italiano non deve limitarsi a sapere la lingua o a conoscere i fondamenti della cultura italiana deve amare l’Italia, condividere i nostri valori e il nostro stile di vita. Naturalmente ha pieno diritto di praticare la religione che preferisce, ma deve come noi credere nella laicità dello Stato – che significa uno Stato non confessionale, non uno Stato privo di valori – deve credere nella pari dignità fra donna e uomo, nella libertà e nel rispetto per la diversità. A queste condizioni, ma solo a queste condizioni, i nuovi italiani sono i benvenuti. La legge discussa in questi giorni in Parlamento invece non dà nessuna garanzia e questo è intollerabile».

Per leggere l’intera intervista, visita www.tempi.it

 

Lo storytelling di Roberto Maroni per la ricandidatura alle prossime regionali del 2018 trova la sua massima efficacia quando si discute di innovazione, ricerca, sviluppo, futuro. E’ la questione chiave della imminente campagna elettorale, molto di più di altri argomenti portanti e altrettanto importanti, pensiamo ad esempio alla sanità e alla riforma che porta anche il suo nome. Ma quando si parla di Lombardia, viene in mente una locomotiva, non un efficiente ospedale. La Regione è sempre più centrale tra le istituzioni e nella economia italiana, uno Stato nello Stato in grado di competere e di eccellere in qualunque settore, trascinandosi dietro l’Italia che viceversa arranca tra mille difficoltà e ostacoli. Per dare enfasi al modello Lombardia, Maroni ha puntato su due ingredienti: un’alleanza forte di centrodestra e omnicomprensiva, alla vecchia maniera, risultata già in buona salute alle prove generali del primo turno delle elezioni amministrative di quest’anno e sull’autonomia con il referendum di ottobre che di fatto inaugurerà la campagna verso il secondo mandato a Palazzo Lombardia. Ma torniamo al tema dell’innovazione e allo storytelling maroniano che proprio oggi a Bergamo ha aggiunto un ulteriore importante tassello, tra propaganda e fatti concreti, progetti e obiettivi raggiunti.

“Ricerca e innovazione sono vocazione della Lombardia. Una vocazione che riusciamo a realizzare bene grazie all’integrazione tra Istituzioni, mondo delle imprese, scuola e università, ma anche con il Governo, e con i ministri Poletti e Fedeli certamente, in una leale competizione sulle buone idee”, queste le parole di Roberto Maroni, presente questa mattina a Bergamo al parco scientifico-tecnologico ‘Kilometro Rosso’, intervenendo alla tavola rotonda ‘Le Istituzioni verso il traguardo 2020′, a cui hanno preso parte anche Alberto Bombassei (deputato, componente della X Commissione Attività produttive, e presidente dell’azienda Brembo), Giuliano Poletti (ministro del Lavoro e delle Politiche sociali) e Valeria Fedeli (ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca). Il confronto si è svolto nell’ambito degli Stati generali dell’Innovazione, dell’Istruzione e della Formazione professionale lombardi, organizzati dall’assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro di Regione Lombardia Valentina Aprea. “Il nostro investimento in ricerca e’ convinto e non si ferma – ha spiegato Maroni -. Quando sono stato eletto, ho messo nel mio programma di governo di arrivare a stanziare l’importo corrispondente al 3 per cento del Pil della Lombardia in ricerca, partendo dall’1,7 per cento: ora posso dire con soddisfazione e orgoglio che l’obiettivo è stato quasi raggiunto”. “Guardando alla Lombardia 2020, credo che noi dobbiamo continuare a fare quello che facciamo: rimanere al passo con i temi. Compito delle Istituzioni è di creare un ambiente favorevole per le imprese, che le faciliti e che le renda più competitive”. “Per il progetto ‘Garanzia giovani’ – ha sottolineato -, in Lombardia la media di attivazione del rapporto con l’azienda è di 11 giorni, contro la media nazionale di due mesi”. “Tra le tante, una Legge importante che abbiamo approvato proprio a favore delle imprese è ‘Lombardia è ricerca’ – ha citato il presidente -, attraverso cui, con decine di milioni di euro, co-finanziamo, fino al 50 per cento, progetti di imprese che, valutati da una commissione, vengano giudicati innovativi, ma a una condizione: che assumano giovani”. Alla prossima puntata.

La Varese addormentata e declinante, alla perenne ricerca del bandolo della matassa che le consenta finalmente di avviare un vero rilancio potrebbe cominciare a guardare l’esempio altrui. Quando le idee mancano e le iniziative latitano, forse il guardarsi attorno per prendere spunto è l’unica mossa per fare qualcosa. La questione è il marketing territoriale, basilare strumento di rilancio per qualsiasi politica che abbia a cuore le sorti di un territorio. Spesso e volentieri lo vediamo, o leggiamo, in tutte le declinazioni solo nelle campagne elettorali. Poi, incamerata l’elezione, il suddetto mantra torna da dove è venuto, nel dimenticatoio. Non si fa marketing territoriale con la retorica, con gli slogan, con le improvvisazioni strapaesane, ci vogliono obiettivi, strategie, strumenti e soprattutto idee chiare e condivise. A sentire il programma elettorale del poi vincente centrosinistra, dal 2016 in poi avremmo dovuto assistire ad un rinascimento bosino, finito il torpore forzaleghista sarebbe infatti dovuta cominciare una nuova era grazie anche alla ritrovata attrattività varesina. Ad un anno di distanza siamo tutti concordi nel rimpiangere il torpore pregresso, ammesso che fosse tale. La nouvelle vague di Palazzo Estense ha per ora fatto cronaca solo per questioni burocratiche e confuse, si aspettano appunto le soluzioni e i progetti miracolistici. Ma torniamo al merito. Se vuoi attrarre, devi avere qualcosa da proporre e se vuoi innescare un processo economico virtuoso devi sapere come e dove venderlo. E il marketing territoriale è appunto quella disciplina volta al suddetto scopo. Lo spunto per parlarne mi viene da Iseo, un comune di circa diecimila abitanti nel territorio del Sebino meridionale in provincia di Brescia. Un paesone con poche attività, poca industria, un turismo storicamente mordi e fuggi e con numeri da minimo sostenibile. Cosa fare e come fare per invertire l’inerzia e dare futuro e benessere alla città? L’obiettivo prescelto ha i connotati della cultura e del turismo. Il target individuato è quello medio alto, ad alta capacità di spesa, internazionale. Per raggiungere tale scopo Iseo ha pensato in grande, perché è solo inventando iniziative di forte impatto che si può sperare di ottenere alta visibilità soprattutto all’estero. E qui viene in mente l’azzeccata installazione “The Floating Piers” dell’artista bulgaro newyorchese Christo che ha richiamato lo scorso anno sul lago omonimo oltre un milione di persone, in gran parte provenienti dall’estero, proiettando Iseo sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’università di Bergamo ha stimato in relazione all’evento un impatto diretto sul valore aggiunto pari a 283 milioni di euro, anche se forse è l’effetto di “trascinamento” quello più rilevante per il territorio. A Il Sole 24 Ore il sindaco di Iseo Riccardo Venchiarutti commenta: «dalla mia finestra sto guardando la gente in piazza e in effetti è pieno di stranieri. L’effetto “Floating Piers“ si fa sentire. Quest’anno i turisti sono in decisa crescita, vediamo alberghi e ristoranti pieni. Molte persone erano venute qui lo scorso anno per la prima volta, soprattutto dagli Stati Uniti. Con piacere, vediamo che ritornano, segno che il “brand” Iseo si è rafforzato». Le iniziative “choc” ci vogliono come l’aria per innescare il volano dei progetti che saranno la spina dorsale della successiva politica di marketing territoriale. Devono essere pianificate attività continuative nel tempo, appuntamenti fissi di qualità e visibilità che mantengano e rinforzino la notorietà e l’attrattività del brand. Nel caso di Iseo, in questa logica, notiamo la presenza della summer school I.S.E.O (Istituto di studi economici e per l’occupazione), arrivata ormai alla 14esima edizione. Non è una scuola come tante altre, è una iniziativa nata nel 1998 sulla spinta di Franco Modigliani (unico Nobel italiano dell’economia) e che da allora ha richiamato nella cittadina 33 premi Nobel) e quasi 1000 studenti phd in arrivo dalle migliori università di tutto il mondo, provenienti nel tempo da oltre 100 paesi, come riportato da Il Sole 24 Ore. Una iniziativa sempre in crescita e che per l’edizione 2017, in corso proprio in questi giorni, raccoglie l’adesione di 65 studenti (ai quali vengono riconosciute borse di studio a parziale copertura del fee di iscrizione), che assisteranno alle lezioni dei maggiori economisti (e Nobel) mondiali. Tra cui Jean Tirole, francese premiato nel 2014, Eric Maskin (2007) e Michael Spence (2001). «Crediamo che questa sia la strada giusta - spiega il sindaco Venchiarutti -, sfruttare cioè in termini economici i temi della cultura, valorizzando anche le bellezze del territorio per organizzare eventi innovativi e di qualità. Sul tema delle summer school vogliamo continuare ad investire. A maggio, ad esempio, abbiamo ospitato una master class di canto lirico, che ha richiamato persone da tutto il mondo». Iseo, sempre per obiettivi di marketing territoriale, è anche stata in grado di muoversi con efficacia in ambito europeo, creando anzitutto un network continentale di paesi “lacustri”, struttura che ha facilitato la partecipazione ai bandi europei, dove la transnazionalità dei soggetti è spesso una precondizione per agire. Delle sette “call” tentate, per Iseo cinque sono andate a buon fine, con una iniezione di fondi per poco meno di un milione di euro. «Il contesto italiano ormai è chiaro - conclude Venchiarutti - con finanziamenti sempre più magri da parte di Stato e Regione. L’unico budget ancora solido è quello di Bruxelles. Ed è su questo che abbiamo deciso di investire». Arte di alto livello con appuntamenti fissi e continuativi, iniziative culturali di altrettanto primario livello, bandi in ambito europeo con profilo transnazionale hanno di fatto contribuito a rilanciare l’attrattività di Iseo e in definitiva la sua economia. Penso viceversa a Varese, che ha a disposizione asset di ben altro, superiore, livello. Con già peraltro alcune iniziative presenti, ma poco coordinate tra di loro. Più che di politici abbiamo bisogno di strateghi altrimenti ci facciamo male anche con l’ordinaria amministrazione. Penso agli effetti di una qualsiasi manifestazione organizzata in centro a Varese, eventi che sembrano pensati al solo scopo di far scappare via la gente dalla città con l’inevitabile protesta dei commercianti e delle attività che vedono scemare di oltre la metà il loro incasso giornaliero. Come in occasione del Pride di sabato scorso.

*notizie e dati su Iseo, Luca Orlando, da Il Sole 24Ore

 

Pochi giorni fa abbiamo riportato la notizia della costruzione da parte della Commissione Europea di un grande deposito per i residui radioattivi nel centro comune di ricerca di Ispra, in provincia di Varese a pochi chilometri dalla riva del lago Maggiore. L’impianto si chiama Area41 e in sigla Isf, Interim Storage Facility. In decenni di attività di ricerca, dai tempi della creazione di Euratom e della costruzione del reattore nel 1957, è stato necessario approntare già un altro deposito atomico. Lontano alcune centinaia di metri dall’Area41, il vecchio stoccaggio nucleare è situato nella parte bassa del centro ricerche, nella parte più vicina al lago Maggiore, oltre i reattori nucleari, di là dai laboratori e dalle palazzine uffici, oltre il sincrotrone.

L’impianto nuovo è pronto dal punto di vista strutturale. È costato poco più di una decina di milioni di euro. Potrebbe già essere riempito con 12mila-13mila metri cubi di residui radioattivi. Ma è ancora in completamento l’iter formale, per esempio sono in corso le autorizzazioni di un’altra Ispra, che non è la località in provincia Varese, ma l’Istituto superiore di protezione ambientale, di fatto l’autorità nazionale per la sicurezza nucleare.

La notizia ha comunque destato un certo scalpore e preoccupazione presso le comunità locali del basso Varesotto e del Verbano tanto da indurre il consigliere regionale di Forza Italia Luca Marsico, presidente della Commissione Ambiente e Protezione Civile di Regione Lombardia, ad inviare una lettera ai responsabili del Centro di Ricerche di Ispra al fine di avere un quadro completo del progetto e degli eventuali rischi. Questa la dichiarazione di Luca Marsico:

«Nella mia qualità di Presidente della Commissione Ambiente e Protezione civile di Regione Lombardia ho inviato una nota ai responsabili del JRC di Ispra al fine di avere un quadro chiaro e completo in merito al progetto dell'impianto Area41- Isf ovvero Interim Storage Facility destinato allo stoccaggio di residui radioattivi.

Nell'interesse dei cittadini e, in vista della realizzazione del deposito nazionale di rifiuti radioattivi ove le scorie dovranno essere trasferite entro il 2030, ho ritenuto opportuno chiedere delucidazioni nel merito di questione assai delicata quanto importante e che per questo necessità di tutta la chiarezza e linearità possibile.

Sono certo che ci sarà una pronta risposta da parte del Joint Research Center di Ispra nel segno di una proficua collaborazione con le Istituzioni Italiane.»

 

Non più tardi di un anno fa, all’avvio della giunta di centrosinistra guidata da Davide Galimberti, uno sconosciuto, a Varese, neoassessore alla cultura dallo sfolgorante curriculum vitae, tale Roberto Cecchi, parlava convinto di un progetto Sacro Monte che sarebbe stato il fiore all’occhiello del suo mandato. Un progetto ben articolato, destinato a rilanciare una volta per tutte le sorti turistiche e non solo del complesso monumentale e ambientale più importante della città. Noi poveri e bistrattati abitanti della montagna varesina venivano finalmente blanditi da qualcosa di concreto dopo decenni di disinteresse. Finiti i tempi delle solite passerelle quinquennali di politici in campagna elettorale, foriere di promesse e parole poi regolarmente disattese o dimenticate? Per la verità, avevamo riso di gusto solo poche settimane prima quando avevamo ascoltato in campagna elettorale la promessa del futuro sindaco sul risanamento del Lago di Varese, l’ennesima bufala mediatica acchiappavoti pensammo, sul Sacro Monte, vista l’aura del contesto, sperammo invece in comportamenti diversi, più responsabili. Si parlò infatti di un progetto per la montagna varesina, che percepimmo a grandi linee già esistente, di finanziamenti ottenibili facilmente qua e là e per giunta per cifre imponenti. A un anno di distanza, non si sente ancora cantare né gallo né gallina, tutto dimenticato? E’ sparito pure l’assessore che in città pare ormai brillare solo per silenzi e assenze. Passata la festa, gabbato lo santo. In più, cornuti e mazziati, perché il destino ci ha messo del suo. Una frana in via del Ceppo a febbraio ha di fatto bloccato la via di accesso più facile al borgo, uno spiacevole contrattempo aggravato da altre piccole frane e cadute di massi in via Sommaruga, altra via di accesso al paese. Problemi noti fin dai tempi di padre Aguggiari, allora però affrontati evidentemente con più pragmatismo ed efficienza. A quattro mesi dalla frana non si conosce ancora la data di riapertura della strada, poche decine di metri, che sarà in ogni caso non prima di agosto. Dal comune arrivano fredde risposte in burocratichese, sui giornali imperversa l’inevitabile polemica politica. Insomma, solo parole, anche se doverose e meritevoli, ma il borgo è oggi lasciato al suo destino proprio nel periodo di maggiore affluenza di turisti e pellegrini. Alla Varese politica di Santa Maria del Monte è sempre interessato poco, è vista come una scomoda e disabitata frazione che crea solo problemi e costi. Non la si valuta invece per le opportunità che genera o che potrebbe facilmente generare con progetti semplici e fattibili. Basti vedere casi simili in giro per l’Europa, in Francia soprattutto, dove borghi di questa tipologia vengono conservati come gioiellini e destinati a funzioni di carattere turistico grazie anche alla presenza, favorita non poco, di artisti e artigiani di qualità. Figuriamoci il Sacro Monte, con le sue bellezze ambientali, i suoi tesori artistici, cosa potrebbe diventare! E’ pure un sito Unesco! Invece, tra frane, manutenzione approssimativa, sfregi (le auto parcheggiate nel tratto finale della via Sacra o in altre stradine del borgo), mancanza di idee, Varese lascia perdere colpevolmente le opportunità che un bene di questa importanza potrebbe creare. A mantenere la linea di galleggiamento ci pensano i privati, come la Fondazione Paolo VI, che tra l’altro ha svolto o sta svolgendo importanti lavori di restauro, la Veneranda Biblioteca Ambrosiana che sovrintende alla Casa museo Ludovico Pogliaghi, l’Associazione degli Amici del Sacro Monte che propone periodici incontri di approfondimento storico e culturale. E poco altro ancora. A fasi alterne pubblico contributi di questo tipo sperando in un risveglio delle coscienze, ma sorrido rileggendo un mio pezzo della fine degli anni ’80 scritto per La Voce delle Prealpi, giornale DC diretto allora dal compianto Camillo Massimo Fiori, basterebbe aggiornare poche cose e le date e poi, siamo alle solite.

 

Il risultato delle elezioni amministrative, al netto degli interessi di bottega e delle ragioni della propaganda, fornisce chiavi di lettura piuttosto chiare. In soldoni, si registra la riscossa del centrodestra che ha corso quasi ovunque compatto conquistando i ballottaggi più importanti con ottime percentuali, la tenuta della sinistra dopo un anno politico molto complicato e la dèbacle del Movimento 5 Stelle, tagliato fuori dal secondo turno e per giunta ottenendo percentuali modeste che ricordano solo lontanamente i fasti di Roma e Torino di solo un anno fa. Esultano per ragioni diverse Berlusconi e Renzi, però con un minimo comune denominatore, la visione centrista, ovvero si conferma ancora una volta che qualsiasi competizione elettorale la si vince in quel segmento del mercato politico, mentre nel contempo le ali estreme sono in affanno. C’era alla vigilia molta curiosità sul risultato che avrebbe ottenuto la Lega sovranista e quanto racimolato qua e là non lascia tranquilli gli uomini di via Bellerio. Al sud il messaggio salviniano è poca roba, nemmeno a Lampedusa riesce a emergere, al nord si ribadiscono le solite percentuali che assomigliano sempre di più ad uno zoccolo duro inamovibile. A complicare il disegno leghista la concomitanza del crollo del Front National in Francia pochi giorni dopo la certificazione della sparizione dello Ukip dal parlamento inglese. Le forze populiste in Europa sono non solo in netta difficoltà, ma pure ormai sulla strada della assoluta irrilevanza. Il tempismo sbagliato di Salvini che ha celebrato un congresso-primarie solo a maggio e una linea politica che non ottiene vicerversa risultati proprio nell’anno elettorale delle politiche lo costringeranno ad andare di nuovo, ma questa volta con il piattino in mano, alla corte di Arcore per accettare la coalizione alle politiche, prendere o lasciare. Esulta quindi Berlusconi ancor prima dell’esito dei prossimi ballottaggi perché ha già ottenuto il credito politico a cui puntava e senza nemmeno spendere un’ora del suo tempo nella tenzone. Dall'altro lato della barricata esulta Renzi. Defilatosi per tutta la campagna elettorale perché era stata messa in conto una figuraccia, il Pd ne esce alla fine indubbiamente ridimensionato, ma tutt’altro che con le ossa rotte. In più, viene contenuta la minaccia del M5S, considerato più che un concorrente, una vera e propria spina nel fianco. Lo storytelling grillino, ingigantito artatamente dai media, perde smalto e forza a tutto vantaggio del Pd renziano. A conti fatti, le urne hanno premiato le sintesi al centro e tagliato le ali estreme, rimesso in corsa l’asse Berlusconi-Renzi sulle intese per la definizione della legge elettorale, aperto la strada alle elezioni anticipate. Con tanti se e tanti ma. Che fine farà il grande astensionismo, vicino al 40%, soprattutto al Nord? Grandi segmenti sociali sono ormai tagliati fuori per specifica volontà propria o per delusione e disincanto dalle dinamiche elettorali degli ultimi anni. Sociologi e analisti collocano questa ampia fascia sociale soprattutto nell’area liberlademocratica, quella che per intenderci votò in blocco il modello ‘94 del primo Berlusconi in alleanza con il primo Bossi e con Gianfranco Fini. Elettori che non si riconoscono più nella Forza Italia e nella Lega di oggi, come ultima spiaggia si sono magari fatti abbindolare dalla sirena Renzi nel 2014 alle famose europee del 41% del Pd, ma oggi non riescono neppure ad andare alle urne per la scelta del sindaco della loro città. Per ora è un mercato elettorale che viene di volta in volta blandito da operazioni di retroguardia e tattiche senza il giusto respiro, mancano invece progetti importanti e visionari che riaccendano la miccia dell’entusiasmo. Progetti che necessariamente hanno bisogno di nuove idee e programmi innovativi, ma anche di una classe dirigente tutta da inventare. Impossibile che questi obiettivi siano infatti perseguiti dai dinosauri di Forza Italia o dai residuati bellici di una Lega involuta nel sovranismo. L’incombente campagna elettorale deve partire da questa considerazione, impossibile pensare di vincere a tavolino con una legge elettorale strumentale e puntando sulla grande astensione perchè finisce come noto per favorire gli addetti ai lavori e il voto di scambio o per lo meno quello più facilmente orientabile. Fa tanto orchestrina del Titanic.

 

Il detonatore della bomba del Nordexit è stato innescato. Ci hanno pensato innanzitutto Maroni e Zaia che con cinico tempismo hanno indetto il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto per il prossimo 22 ottobre. Una data scelta in modo non casuale, incardinata molto bene nella confusa agenda politica italiana. Ai più è sembrata una trovata buona solo per spianare la riconferma del governatore lombardo alle prossime elezioni regionali nel 2018. Maroni, senza più barbari sognanti e macroregioni da proporre, è alla ricerca spasmodica di nuovi slogan e argomenti per motivare e compattare le truppe disorientate dalla svolta sovranista di Salvini. Per gli osservatori di cose leghiste invece l’obiettivo di Maroni non è l’autonomia della Lombardia in sé, ma, dando per scontato un brillante risultato referendario, far fuori Salvini isolato a Roma nella sua visione nazionale e di conseguenza intestarsi un segmento di mercato politico-elettorale nordista di rilievo e puntare, magari dietro la foglia di fico di Zaia, a fare la carta di riserva per la leadership politica del centrodestra postberlusconiano. Limitandoci ai fatti, le ragioni principali sono altre e sicuramente più importanti di quelle dettate dalle ragioni della politica spicciola. Il politologo Carlo Lottieri si chiede in un editoriale pubblicato su Tempi dell’8 giugno scorso: “ora che la Lega salviniana s'è fatta nazionale chi s'intesterà le storiche (e mai sopite) spinte autonomiste del Lombardo-Veneto?” E’ questa la domanda delle domande e che un po’ tutti si pongono, addetti ai lavori, osservatori imparziali, elettori. Il congresso leghista di maggio ha certificato la definitiva fine di un’epoca, quella del Carroccio degli albori, della Lega secessionista o per lo meno autonomista e federalista e che proprio in Lombardia e Veneto, dove si terranno i referendum, ha ottenuto le sue maggiori fortune. E’ finita la Lega di una volta, ma rimangono intatte e mai sopite le spinte autonomiste, forse oggi addirittura più marcate perchè politicamente più trasversali e metabolizzate rispetto al passato. Al di là delle ragioni storiche di tali rivendicazioni e che Lottieri nel suddetto articolo ricorda, basti pensare appunto alla Milano dei tempi di Carlo Cattaneo, è la questione del vergognoso residuo fiscale l’argomento principale alla base di qualsiasi tensione e rivendicazione che genera di conseguenza un diffuso e sentito sentimento anti-italiano. Lottieri a tal proposito sottolinea come oggi, a differenza del leghismo del passato, tale sentimento anti-italiano nelle più avanzate regioni del Nord sia di carattere fiscale. Da qui a ricordare il famoso discorso sui parassiti di Gianfranco Miglio il passo è breve e Lottieri appunto non lo dimentica, un discorso quello di Miglio, tenuto proprio, guarda caso, in occasione di un congresso della Lega nei primi anni 90. Altri tempi in ogni senso. Tornando al residuo fiscale, ricordiamo che si tratta di quel abnorme e scandaloso gap tra quanto i lombardi o i veneti versano allo Stato centrale e quanto ricevono in servizi. Una cifra che per la Lombardia, messa peggio del Veneto, si attesta stabilmente ben oltre i 50 miliardi all’anno, pari circa a 5 mila euro pro capite, neonati inclusi. Chiunque può fare sbrigativamente quattro conti e comprendere facilmente cosa sarebbero la Lombardia e il Veneto se solo avessero quello che gli spetta in termini di maggiori risorse, servizi o semplicemente cosa sarebbero se potessero contare su di una fiscalità più vantaggiosa ed equa. Un piombo nelle ali quello del residuo fiscale che secondo Lottieri spinge tanti lombardi e veneti sulla strada “catalana” verso l’indipendenza con l’obiettivo di aprire o riaprire la questione territoriale. Il referendum pone quindi anche altre domande, come scrive Lottieri, di natura istituzionale. “Ci si chiede come possa essere democratico un sistema politico all'interno del quale quello stesso voto che è ritenuto in grado di legittimare il potere del ceto politico (che intermedia più del 50 per cento della ricchezza prodotta) è poi negato quando si domanda di sottoporre al giudizio degli elettori i confini”. L’auspicio appunto è quello che il referendum riesca a mettere in moto processi virtuosi dagli esiti oggi imprevedibili capaci di segnare la fine dello statalismo italiano e l'inizio di istituzioni nuove.

Ma torniamo al quesito iniziale. Dato per scontato che non ci sarà nessuna rocambolesca marcia indietro perché non è nelle corde dell’uomo, Salvini ha puntato definitivamente verso sud, ha archiviato il Nord, la questione settentrionale, la Padania, l’autonomia, per non parlare della secessione, ora chi si intesterà queste battaglie politiche, chi più prosaicamente occuperà gli spazi lasciati vuoti dalla Lega soprattutto nel Lombardo-Veneto? Incombono le elezioni politiche, quasi certamente anticipate all’autunno ed è naturale attendersi i conseguenti riposizionamenti delle principali forze politiche. Non bastano gli entusiasmi dal basso, ovvero le meritevoli reti di imprenditori, liberi professionisti, professori universitari che qua e là si organizzano, ma in modo troppo informale, non bastano i partitini di reduci e fuoriusciti leghisti, che non garantiscono freschezza ideale e credibilità, non bastano i movimenti indipendentisti spesso e volentieri vittime di settarismo. Per fare la differenza, e non limitarsi alla pura testimonianza, ci vogliono i numeri, quelli veri, la consuetudine con il potere, i piedi ben piantati nel sistema. Le questioni che ruotano intorno all’autonomia e ai confini, alle nuove istituzioni da progettare, alla nuova fiscalità necessitano di una rivoluzione liberale di vasta portata che attraversi trasversalmente i principali mondi vitali del Nord e che riesca per davvero ad avviare il volano, a fare per lo meno in una fase iniziale lobbying territoriale. Capirlo significa vincere le elezioni al Nord.

Allegato: link articolo Carlo Lottieri: http://www.brunoleoni.it/nordexit

 

“«La soluzione si trascina»; «il problema, una volta posto, deve esser risoluto»; «urge, non si può tardare oltre ad affrontare la questione». Chi legga queste e simiglianti sentenze pensa perché il governo, perché il parlamento, perché il ministro competente, tardano tanto? Codesti frettolosi non riflettono: è questo davvero non uno dei tanti, ma il problema; e come accade che di volta in volta, ogni giorno diversi, tanti siano i problemi urgenti, dei quali la soluzione non può farsi attendere senza danno, anzi senza grave danno? Perché è così lungo l'elenco dei problemi urgenti; e così corto quello degli scritti nei quali sia chiaramente chiarito il contenuto di essi? Come si può deliberare senza conoscere?” Già! Come si può deliberare senza conoscere? Considerazioni che sembrano scritte oggi, in realtà l’autore è Luigi Einaudi e la suddetta celebre citazione è contenuta nel libro “Prediche Inutili” del 1959 che a sua volta riuniva una serie di dispense pubblicate fin dal 1955. L'Italia postbellica di allora in forte crescita si illudeva di vivere in pieno «miracolo» economico, come fosse in una bolla, ma il prudente e saggio Einaudi, conscio della fragilità del fenomeno, cercava di individuare le cause profonde della mancanza di solidità dei progressi compiuti e di indicare gli opportuni rimedi. Einaudi non si stancava di insistere sulle norme del buon governo, dall'economia alla scuola, alla pubblica amministrazione, alla legislazione sociale e al finanziamento dei partiti. Amava ripetere che per deliberare occorre conoscere la realtà nella quale si opera attraverso studi non viziati da tendenziosità o schemi preconcetti. Ammonimenti evidentemente caduti nel vuoto, prediche inutili, appunto, visto come sono andate le cose nei decenni successivi.

Occorrono doti einaudiane per poter decidere, ovvero rigore scientifico, apertura mentale, chiarezza di esposizione, concretezza, tempismo, lucidità e fermezza. Le Prediche ai giorni nostri, ammesso e non concesso che ci sia qualcuno in grado di farle in questo 2017 che si avvia alle elezioni anticipate, sono sempre inutili? Pare di si, almeno ad ascoltare una schiera di politici presi completamente dalla tattica, dall’interesse spicciolo, dal piccolo cabotaggio della politica politicante. I programmi dei partiti e delle coalizioni sono inzuppati senza ritegno nella demagogia, sono confezionati nel recinto di visioni populiste, faziose, ideologiche e di puro tornaconto. Ai tempi di Einaudi si viveva in pieno boom economico, oggi viceversa siamo alla fine di un decennio molto complicato, tra recessione e crisi globale, una congiuntura che imporrebbe uno sforzo diverso, di alto livello e di grande responsabilità, nell’affrontare problemi e questioni. L’emergenza è la legge elettorale o qualsivoglia altro argomento da azzeccagarbugli, non il benessere dei cittadini, la visione è legata alla sopravvivenza di una classe politica ormai logora e autoreferenziale e non al futuro del Paese. L’emergenza è come salvare Alfano, non le ragioni di un terzo della popolazione che vive sul filo o sotto la soglia della povertà. La casta c’era anche ai tempi di Einaudi, ma allora c’era anche la politica, oggi abbiamo solo la casta e per giunta chiaramente involuta. Le soluzioni sotto gli occhi di tutti sono da ultima spiaggia, cure peggiori del male che si vorrebbe curare, dal sovranismo egoista all’antipolitica, dal populismo becero all’estremismo ideologico. In un paese da sempre, da troppo tempo, in attesa di una vera e profonda rivoluzione liberale  e della buona politica che lo liberi una volta per tutte da questo giogo medievale.



 

Il triste e continuo susseguirsi di attentati terroristici di matrice islamica in Europa sembra risparmiare l’Italia, Paese viceversa molto esposto e quindi presumibilmente da ritenere un facile target. Basti pensare alla sua collocazione geografica, all’importanza politica giocata nello scacchiere delle alleanze internazionali, alla presenza nel suo territorio del Vaticano e soprattutto al perdurante fenomeno dei migranti provenienti per la quasi totalità da paesi a forte rischio. Di spiegazioni ce ne sono tante, alcune plausibili, altre fantasiose, altre ancora provocatorie. In quest’ultimo caso, la memoria corre all’autunno del 2008 e più precisamente ad una lunga e dettagliata intervista concessa da Francesco Cossiga il 3 ottobre di quell’anno a Menachem Ganz, corrispondente dall’Italia del quotidiano israeliano Yediot Aharonot. Un’intervista che ebbe lì per lì scarsa eco nella stampa italiana anche se già nell’estate del 2008 Cossiga parlava del medesimo argomento in una intervista concessa ad Aldo Cazzullo e pubblicata su Il Corriere della Sera. L’argomento in questione era il “Lodo Moro”. Un segreto di pulcinella, si dirà, era noto da tempo immemore, un po’ tutti ne ammettevano l’esistenza, ma nessun politico di alto livello fino a quel momento si era spinto oltre le immancabili, fumose ed evasive dichiarazioni di rito, fornendo invece una miriade di particolari e chiavi di lettura. E la fonte non era una qualsiasi personalità pescata a caso nel vasto parterre de roi democristiano dell’epoca, ma appunto Francesco Cossiga che, insieme ad Aldo Moro e Giulio Andreotti, formava sembra ombra di dubbio il miglior trio possibile dei custodi dei misteri della Prima Repubblica. Il Lodo Moro è una pagina non edificante della realpolitik all’italiana. In estrema sintesi, secondo l’interpretazione data da Francesco Cossiga, l’Italia avrebbe lasciato libertà di passaggio ai palestinesi; in cambio, i palestinesi s’impegnavano a non fare altri attentati in Italia, a non dirottare aerei italiani, a non colpire cittadini italiani all’estero. Semplificando ulteriormente l’Italia non si intrometteva negli affari dei palestinesi e in cambio i palestinesi non avrebbero toccato obiettivi italiani. Non mi dilungo sulla storia infinita di questo capitolo torbido della storia repubblicana, mi limito a sottolineare la natura dell’accordo in questione. Poche settimane dopo le dichiarazioni di Cossiga, il navigato ex ambasciatore e storico Sergio Romano, commenta efficacemente sempre su Il Corriere della Sera, “Vi fu probabilmente un accordo, ma negoziato da qualche «tecnico» e composto da silenzi e ammiccamenti più che da clausole precisamente definite. Non è la prima volta comunque che un Paese, per evitare di essere coinvolto in un conflitto o di subirne le conseguenze, fa qualche concessione a uno dei contendenti, se non addirittura, a tutti e due”. Due? L’accordo prevedeva quindi favori dell’Italia ai due contendenti, Israele e Palestina. Si può supporre che l’Italia cercasse per esempio di impedire che i servizi segreti israeliani continuassero a compiere “omicidi mirati” di palestinesi sul suolo italiano e che, per ottenere ciò, avesse fatto qualche concessione agli israeliani. Ma mentre per i palestinesi le concessioni sono appunto chiare, più fumose e da interpretare appaiono quelle destinate agli israeliani. Il cerchiobottismo era, come noto, la cifra della nostra politica estera di allora, filoaraba da una parte, ma con i piedi ben piantati nell’Alleanza atlantica dall’altra. Il Lodo Moro è quindi un accordo definito su due tavoli diversi e con finalità diametralmente opposte, un prodotto sottobanco della nostra politica per salvaguardare capra e cavoli. In parole povere, era una doppia operazione contraddistinta da un accordo di massima approvato in modo separato dalle parti in causa e da due mutevoli sottoaccordi relativamente compartimentati, da un lato con l’Olp e dall’altro con Israele. Il tornaconto italiano era quello di non avere da una parte problemi con i palestinesi mentre dall’altra, all’insaputa dei primi, si concedevano favori a Israele per evitare che questi organizzasse eventuali rappresaglie. Il “lodo Moro” era quindi un accordo molto complesso, definito in tempi diversi, segreto e chissà con quanti rimaneggiamenti e aggiornamenti nel corso degli anni. Per non parlare degli incidenti di percorso e i contrattempi, come l'attentato alla sinagoga di Roma nel 1982. Per mettere in piedi intese di questa portata occorrono menti raffinate e collocate nella più importante stanza dei bottoni. Ideato e promosso sicuramente da un vero e proprio stratega politico, e su Aldo Moro in questo caso non ci sono dubbi, e negoziato da qualche “tecnico” addentro e in buoni rapporti con il mondo dei servizi ufficiali e non. Tornando al punto di partenza, la domanda dell’ingenuo è una sola: il Lodo Moro, riveduto, aggiornato e corretto ai tempi attuali, quelli dell'Isis e non più dei palestinesi, tanto per intenderci, è ancora vivo e vegeto? Mentre la domanda dello scaltro è: chi è il nuovo Moro? Il corollario: si può stare tranquilli? Fino a prova contraria.

Immagine: Francesco Cossiga e Aldo Moro nel 1977

 

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